I retroscena sulla Biennale: gli artisti italiani esclusi dalla curatrice Kouoh e la conferma di Barbera

Corriere.itLiberal-conservativeItalyđź—“ 14 marzo 2026676 paroleit
I retroscena sulla Biennale: gli artisti italiani esclusi dalla curatrice Kouoh e la conferma di Barbera
I retroscena sulla Biennale: gli artisti italiani esclusi dalla curatrice Kouoh e la conferma di Barbera

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I retroscena sulla Biennale: gli artisti italiani esclusi dalla curatrice Kouoh e la conferma di Barbera La destra di governo delusa dalle scelte fatte in laguna, il ministro Giuli disse: «Ora basta» Le sfumature, per un esteta come il ministro della Cultura Alessandro Giuli, sono tutto. E in quello che è stato soprannominato in molti modi, giocando sulla venezianità del caso - e quindi «baruffa nel centrodestra», citando Goldoni - o su uno degli attori coinvolti, il convitato di pietra del Cremlino - e quindi «Russiagate in salsa veneziana» - le sfumature ci sono eccome. Martedì 3 marzo come «una voce dal sen fuggita» si diffonde la notizia che la Russia possa tornare alla Biennale. Da Ca’ Giustinian traccheggiano nervosamente e cercano di arrivare indenni al 4 marzo, giorno prudentemente fissato per la diffusione dell’elenco dei 99 Paesi partecipanti alla 61esima Mostra Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia. Novantanove con la Russia. Il 4 il ministero non replica. E anzi il 5 mattina Giuli è a Venezia per la presentazione della mostra sugli Etruschi e il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco va ad accoglierlo a Palazzo Ducale con tutti gli onori. Non succede nulla fino alle 17.58, quando arriva la prima nota del ministero con la famosa «contrarietà». Una precisazione, si arriva a parlare di scontro, di gelo, ma tutto è ancora rimediabile e Pietrangelo è ancora il «caro» Pietrangelo, quello che Giuli omaggia a ogni calata in laguna, fin dalla sua prima uscita pubblica a ottobre 2024 per il lancio della rinata «Rivista» della Biennale a Venezia. Che cosa è accaduto e perché da quella nota che pure incrina il rapporto di anni si passa allo scontro totale di queste ore? Se Giuli si espone è perché qualcuno nel governo gli ha fatto capire che nella Repubblica autonoma di Venezia Buttafuoco non si sta muovendo come ci si aspetterebbe da un intellettuale nominato dal centrodestra alla guida di un posto chiave per la costruzione dell’immagine di un esecutivo guidato da un partito, Fratelli d’Italia, che ha l’Italia nel core (business). Raccontano che l’arrabbiatura di Giuli nasca da un confronto con il potentissimo sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, quel Giovanbattista Fazzolari che è la voce della premier Meloni. Lo scontento ha due tappe, tutte e due recenti. Prima: il 25 febbraio, quando nella sede della Biennale si presenta il programma della 61esima Biennale con la mostra defunta curatrice, Koyo Kouoh. E lì, tra i 111 artisti invitati non ce n’è uno che sia uno italiano. Neanche un oriundo o un emigrato in Australia: nulla. Seconda: il 3 marzo il consiglio d’amministrazione della Biennale, presenti la consigliera Tamara Gregoretti, la stessa alla quale Giuli l’altro ieri ha chiesto di dimettersi, e il presidente della Regione Alberto Stefani, riconferma Alberto Barbera alla direzione della Mostra del Cinema di Venezia per altre due edizioni: 2027 e 2028, il 2026 era già previsto. Professionista dal curriculum e dallo standing inattaccabile - tanto per dirne una, è membro dell’Academy - Barbera non è la nomina alla quale si pensava dalle parti di via della Scrofa. In cui certo non si arrivava a formulare l’ipotesi di Giulio Base, troppo targato, ma chissà, magari quella di Antonio Monda, nome super partes ma nuovo, non ereditato, ad avallare quell’impressione fastidiosa che l’attuale governo non abbia nomi propri da proporre. Insomma si diffonde questa idea: che Buttafuoco, siciliano e dunque autonomista per antonomasia, abbia trovato nell’ex Serenissima, extraterritoriale per eccellenza, terreno fertile per il suo nuotare sempre controcorrente. Fosse finita lì, però, fosse rimasta tutta una questione di cortile probabilmente saremmo già a parlare di altro. Ma la lettera dei 22 Paesi più Ucraina e Norvegia ha trasformato la questione Biennale da bega di palazzo a questione diplomatica e a quel punto il governo aveva due strade, tutte irte come una mulattiera siciliana. Primo: sposare la linea della Biennale e tirare dritto facendone una battaglia in grado realmente di riaprire le trattative diplomatiche con la Russia, candidandosi a parecchi fastidi o sposare la linea dell’Europa (e dell’Ucraina) e scaricare Buttafuoco con tutte le sue aperture.

Mappa dei luoghi

📍 Ca’ Giustinian📍 Palazzo Ducale
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